Tossicodipendenza e possibili interpretazioni

La pratica della assunzione di sostanze capaci di alterare il funzionamento mentale ordinario, esiste da sempre ed è diffusa tra gli esseri umani di ogni luogo e tempo, così come tra gli animali con sistemi nervosi più o meno complessi. Diverse restano al momento le possibili interpretazioni di tale fenomeno.

Attualmente, il fenomeno della “dipendenza dalle droghe” viene compreso tra le malattie di tipo psichiatrico e circoscritto solo ad alcune sostanze naturali o di sintesi. Questo almeno è il punto di vista medico ufficiale. Tuttavia, esiste anche una lettura popolare del fenomeno droga, ancora oggi piuttosto diffusa. Vi è la convinzione che l’uso delle sostanze stupefacenti sia in realtà la conseguenza di un deficit morale o frutto di eccessiva indulgenza verso sé stessi oppure dovuta alle cattive compagnie.

Data questa interpretazione, si ritiene che l’autocontrollo perduto possa essere recuperato con uno sforzo di volontà o abbandonandosi alla fede divina. Un possibile luogo di recupero e conversione quasi religiosa, è rappresentato dalle cosiddette comunità terapeutiche, che ad esempio sono presenti in Italia in misura forse anche eccessiva rispetto alla domanda, e che possono essere classificate secondo l’indirizzo ideologico prevalente, come laiche o cattoliche. L’idea di fondo delle comunità è quella del contenimento del “deficit di autocontrollo” attraverso la limitazione della libertà, per un periodo sufficientemente prolungato, fino cioè allo sviluppo di un cambiamento positivo della personalità individuale. Tale cambiamento psicologico verrebbe favorito da colloqui e/o attività lavorative. Purtroppo però si verifica con notevole frequenza la “ricaduta” nel consumo delle droghe, al termine del programma comunitario, cioè anche dopo aver vissuto per diversi anni all’interno di tali comunità. Sembra (mancano dati certi) che il tasso di “guarigione” dalla dipendenza delle droghe per chi sia stato in comunità si aggiri intorno al 10-15%.

L’interpretazione delle cifre di cui sopra, rimane però problematica, perché ad esempio la ricaduta nella droga può avvenire anche dopo più di dieci anni di non uso e di disintossicazione dell’organismo. A questo bisogna aggiungere anche un altro fattore confondente; esiste infatti nella storia di un individuo consumatore di sostanze stupefacenti, anche la possibilità di una guarigione “spontanea” della dipendenza che sembra riguardare proprio un 10 % circa di tale popolazione. Non si tratta di miracoli, semplicemente detta malattia, come altre gravi malattie croniche, ha una sua durata media, che può arrivare anche a qualche decennio, oltre la quale è prevista in natura una guarigione. Almeno, questo è ciò che si pensa in ambito medico specialistico.

Stando così le cose, le cifre fornite dalle comunità terapeutiche, di cui sopra, creano più di qualche dubbio sulla reale efficacia dei metodi usati, il loro tipo di approccio al problema, i costi elevati a carico della sanità o comunque con finanziamento pubblico nazionale o europeo.

Naturalmente, ad oggi, risulta difficile affrontare serenamente una discussione su tale argomento data la posta in gioco. Non sono pochi i personaggi carismatici che hanno costruito negli anni delle fortune economiche e politiche o delle carriere, sbandierando successi eccezionali (e senza alcun dubbio!).

La guarigione a orologeria, cioè limitata al periodo di clausura della comunità (realtà virtuale), seguita dalla ricaduta nella droga il giorno dopo essere rientrati nel mondo esterno reale, rimane un non problema ed i finanziamenti pubblici e privati continuano ad arrivare puntualmente (nonostante i tagli economici in altri settori sanitari e di ricerca). A questa interpretazione del fenomeno della dipendenza, di tipo morale, si contrappone l’interpretazione medica, sostenuta dalle scoperte in campo neuro-scientifico, portatore quindi di una lettura più sofisticata e dettagliata.

Consideriamo quindi l’altro punto di vista: la medicina delle farmaco-tossicodipendenze. La spiegazione dei meccanismi della dipendenza e della ricaduta nelle droghe viene fornita con sempre maggior dettaglio dai neuro-scienziati, specialmente negli ultimissimi anni. Dal punto di vista medico la dipendenza patologica è considerata una “malattia cronica e recidivante”. Alla base del problema vi sarebbe una stratificazione di eventi biochimici e ambientali. In particolare, sembra che alcuni individui geneticamente predisposti siano in questo senso più a rischio di altri. Al DNA predisponente ereditato deve aggiungersi anche una situazione familiare problematica. Insieme, questi due fattori preparano il terreno sul quale si svilupperà nella adolescenza una dipendenza patologica.

Il DNA ricevuto dai genitori, sembra indurre nell’individuo uno schema comportamentale caratterizzato da una maggiore “agitazione” di fondo (tale quindi da rendere i ragazzi portatori di tali geni, più attivi e bisognosi di novità, rispetto alla media). Anche la situazione familiare contribuisce enormemente allo sviluppo della malattia, qualora i genitori risultino distruttivi o “assenti”. 

Tradotto in pratica, questo significa che durante l’infanzia, il ragazzo oggi attratto dalle droghe, deve aver ricevuto poco o nessun accudimento, affetto e sostegno; in alcuni casi potrebbero persino esserci stati nella sua storia, ripetuti episodi di abuso durante l’infanzia e cose di simile gravità. Se il

DNA e l’ambiente familiare hanno preparato il terreno, la droga assunta durante la adolescenza (fase della vita già normalmente ricca di impulsività e trasgressione), aggiunge il resto, cioè il danno permanente.

In maniera molto semplice possiamo pensare al sistema nervoso come ad una stratificazione di vari cervelli, avvenuta nel corso di centinaia di milioni di anni.

Nel nostro cervello ritroviamo quindi il cervello del dinosauro, che è sottoposto al controllo del cervello dei primi mammiferi giunto successivamente, ed infine questi due sottoposti a loro volta al controllo del cervello ultimo nato, quello caratteristico dei mammiferi più complessi (la sostanza grigia della corteccia cerebrale).

Questa costruzione gerarchica del sistema nervoso ad opera di madre natura, idealmente prevede (nell’animale “Uomo”) che l’ultimo cervello costituito in ordine di tempo, cioè la corteccia dietro la nostra fronte, comandi e coordini le attività dei cervelli precedenti, meno evoluti e più antichi, in ordine di tempo. Cosa succede nell’uomo con l’assunzione delle droghe o sostanze d’abuso?

Le droghe provocano verosimilmente dei cambiamenti a lungo termine nella gerarchia dei cervelli accennata prima. Accade così che il cervello del mammifero (posto in profondità nel nostro sistema nervoso), prevalga sulla struttura nervosa che normalmente comanda e coordina (la corteccia cerebrale e specialmente quella posta dietro la fronte). In sintesi, con la droga, si verifica un colpo di mano: circuiti nervosi meno evoluti diventano più attivi e quindi hanno il sopravvento su quelli più evoluti.

Il risultato è una modifica a lungo termine del comportamento, che diviene meno controllato e razionale (cioè si riduce l’uomo domestico che è in noi) e per contro più impulsivo e compulsivo (cioè più da mammifero allo stato brado). Questo danno da sostanza d’abuso (cambiamento neuro-plastico, per usare un termine tecnico) ha evidentemente un maggiore impatto nelle persone predisposte dal DNA e dalla propria storia personale e familiare.

Questa conoscenza sempre più precisa e dettagliata si sta accumulando negli ultimi anni, grazie soprattutto ad esperimenti su animali di laboratorio, i quali vengono indotti a sviluppare una dipendenza per essere usati come modelli. Mentre le moderne tecniche di esame del DNA e le tecnologie di immagine sempre più nitide e specifiche si aggiungono fornendo conferme sull’uomo.

Da tali acquisizioni è logico attendersi nuove generazioni di farmaci, con azioni mirate e capaci di ridurre l’eccesso di funzionamento di alcune zone del sistema nervoso indotto dalle droghe. La suddetta rivoluzione nel campo delle droghe probabilmente contribuirà al superamento definitivo dell’ottica moralistica, come ad esempio nel recente passato è avvenuto per le malattie psichiatriche.

Anche nel caso delle psicosi, il passaggio da una visione magica della malattia mentale, (follia come possessione diabolica), alla spiegazione biochimica è avvenuto con fatica e gradualmente. Anche in questo caso, la scoperta dei farmaci neurolettici sembra aver giocato un ruolo importante nella chiusura delle vecchie strutture manicomiali. Altro cambiamento recente sul concetto di tossicodipendenza è l’inserimento delle droghe “virtuali” e dei comportamenti che implicano comunque una perdita dell’autocontrollo.

In particolare, oggi si tende ad accettare come dipendenza patologica anche il gioco o lo shopping compulsivo, la dipendenza da sesso, da internet, da videogioco o da lavoro e simili. In effetti queste nuove dipendenze (o vecchie sotto mentite spoglie) condividono con le dipendenze chimiche da droghe naturali o sintetiche, atteggiamenti mentali, predisposizioni, ricadute, durata, conseguenze sul piano affettivo ed economico eccetera.

Far rientrare nel contenitore della tossicodipendenza anche queste droghe virtuali crea però qualche difficoltà nella diagnosi e richiede un aggiustamento delle teorie sulla tossicodipendenza.

Nel frattempo, nuovi metodi terapeutici ed esperti pubblici e privati vengono proposti come rimedio.

In ultimo, bisogna aggiungere anche gli elementi forniti da madre natura, per la costruzione di una teoria delle tossicodipendenze completa. Gli animali, da laboratorio e allo stato brado, manifestano una forte attrazione per le sostanze psicotrope che alterano il funzionamento cerebrale. Per esempio l’elefante in natura è particolarmente attratto dalla sostanza alcolica (alcol prodotto dalla fermentazione della frutta), tanto da competere con gli altri elementi del branco oppure da essere usato anche dalle forze dell’ordine asiatiche per individuare distillerie clandestine di bevande alcoliche, in maniera analoga ai cani dell’antidroga. Proseguendo più a nord, le renne ricercano sostanze allucinogene; mentre nei nostri climi si vede a volte il gatto inseguire delle farfalle fantasma, dopo l’assunzione dell’erba medica. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito e non soltanto negli animali superiori ma anche ai livelli più bassi della scala evolutiva, cioè fino agli insetti.

A questo punto si pongono nuovamente, ad un livello più ampio e fondamentale, le domande sull’argomento in questione: Che cosa è la tossicodipendenza? Da dove nasce e perché?

Quale impulso spinge uomini ed animali ad alterare lo stato di coscienza, con qualunque mezzo disponibile? Si può ipotizzare l’esistenza di un bisogno naturale di trascendere i confini individuali del proprio schema corporeo e mentale, di essere altro, di fuggire dalla trappola delle necessità del corpo? Come stabilire definitivamente una linea di confine tra il “normale” bisogno e la “malattia”?

 Paolo Salvatore Polizzi

Lo Scaffale – N.7 Luglio 2018

 

www.polizzieditore.com

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *