Tossici

La droga nella Germania nazista. Che peso ha avuto nella storia tedesca del secolo scorso il diffuso consumo di droghe eccitanti come la metanfetamina e la cocaina ? A questa domanda ha tentato di rispondere il giornalista e film-maker tedesco Norman Ohler tramite l’analisi di una notevole mole di elementi come la corrispondenza tra comuni cittadini, gli appunti di medici e militari e i documenti anche inediti di alcuni dei protagonisti della società tedesca nei primi decenni del ‘900, riunendo il tutto con grande perizia in un saggio di successo , “Blitzed : drugs in the Third Reich ”, pubblicato in Italia dalla Rizzoli nel 2016 con il titolo “Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista”.

L’autore chiarisce subito il proprio obiettivo e non intende riscrivere la storia del periodo nazista e pur definendo “anticonvenzionale” il proprio punto di vista, sente il dovere di inserire nel quadro storico quei costituenti generalmente trascurati o appena accennati, persino nelle biografie più corpose. Ohler ripercorre le fasi del consumo delle droghe di sintesi e non nella Germania di fine ottocento e dei primi decenni del novecento, focalizzandosi sul potente impulso della necessità di una ripresa economica nel periodo successivo alla sconfitta della  prima guerra mondiale e la conseguente rielaborazione collettiva, molto difficile dal punto di vista psicologico. La ricchezza del capitale umano dell’epoca, costituito dai numerosi ingegneri, chimici e tecnici con elevato livello di istruzione e competenza, correlato alla penuria generale di capitali economici, ha contribuito allo sviluppo dell’industria chimica, caratterizzata in quel momento da un’elevata redditività con investimenti modesti. Non è un caso quindi che proprio in questa nazione e in questo periodo storico siano state sintetizzate nuove droghe in laboratorio (come le anfetamine e il metadone), mentre la produzione dei prodotti farmaceutici a base di morfina e cocaina da esportare all’estero abbia raggiunto livelli da leadership mondiale. L’autore dedica diverse pagine allo sviluppo di un’industria in particolare, la Temmler, situata alla periferia di Berlino oggi in stato di abbandono ma negli anni trenta luogo di produzione di una metanfetamina di notevole qualità venduta con il nome commerciale di “Pervitin”, in sintesi uno stimolante simile per certi versi all’adrenalina, con un’azione meno intensa rispetto a quest’ultima molecola ma i cui effetti si prolungano per circa 12 ore, capace di indurre euforia, energia, sensi più acuti e aumento della fiducia in sé stessi; la Temmler però preferì tacere sulle conseguenze derivanti da un consumo intenso e prolungato nel tempo del Pervitin tra i cui effetti collaterali rientrano la caduta dell’attenzione, la tristezza, la dipendenza e i disturbi cognitivi e avviò una campagna pubblicitaria di tipo moderno con l’invio a tutti i medici di un campione gratuito da 3 milligrammi della panacea allegato ad una lettera esplicativa. Questo stimolante conobbe un successo straordinario negli anni trenta e quaranta diffondendosi tra la popolazione civile tedesca come tra i militari dell’esercito, dell’aviazione e della marina,  rivestendo secondo Ohler un ruolo fondamentale nei successi delle prime fasi della guerra lampo ma divenendo fatale nell’ultima parte del conflitto. Correttamente l’autore riporta le esigenze che in quel periodo si contrapposero tra coloro che vollero la libera circolazione del Pervitin, come ad esempio i vertici militari che apprezzarono le qualità stimolanti di questa droga utili per vincere le fatiche belliche e liberare gli istinti primordiali, e dall’altra parte i pochi che tentarono di limitarne i consumi perché ne intuirono gli effetti indesiderati come la ridotta capacità decisionale e lo sviluppo di una dipendenza cronica: tra questi vanno ricordati il fisiologo Otto F. Ranke e Leo Conti (Direttore dell’Ufficio del Reich per la tutela della salute). Quest’ultimo provò a contrastare la diffusione tra i civili in vario modo, ad esempio introdusse la ricetta medica obbligatoria nel 1939 ma senza esito positivo, anzi il consumo continuò ad aumentare ed i farmacisti continuarono a vendere il Pervitin anche senza la prescrizione medica. Le indicazioni della droga stimolante si estesero fino a comprendere la depressione post partum e la frigidità femminile per divenire infine anche una piacevole pralina di cioccolato al ripieno di metanfetamina (le praline Hildebrand con i suoi 14 mg. di metanfetamina come “aiuto nelle faccende domestiche”). Questa diffusione della metanfetamina può apparire in contraddizione con l’ideologia nazista che si pose in netto contrasto con droghe come la morfina e la cocaina, perseguitando sistematicamente i consumatori e gli spacciatori di queste sostanze “straniere” buone solo per il divertimento, ma nel caso del Pervitin a quanto pare si preferì dare una immagine patriottica in quanto prodotto tedesco e utile alle finanze e agli scopi bellici.

L’autore conquista ulteriormente l’attenzione del lettore quando passa ad approfondire il rapporto tra Hitler, le sostanze stupefacenti ed il suo medico personale; un triangolo che raggiunse negli anni l’intensità di una fusione simbiotica. Il dottor Theodor Gilbert Morell rivestì la speciale funzione di medico personale di Hitler (senza avere alcun grado militare) grazie ad una serie di circostanze fortuite e alla sua attività di medico privato per pazienti benestanti. La sua produzione di preparati a base di estratti ricchi di ormoni e vitamine di origine animale per incrementare l’energia e migliorare l’umore dei pazienti venne concentrata solo su Hitler e su pochi altri della cerchia più intima. Morell rimase a disposizione di Hitler fino al suo licenziamento, avvenuto il 20 aprile 1945. L’autore ha analizzato a fondo gli appunti di Morell, spesso criptati con sigle, segni e omissioni, a causa della pressione esercitata dagli uomini che ambivano ad una maggiore vicinanza con Hitler e che provavano quindi nei confronti del medico personale un misto di invidia e sospetto. Lo stesso Morell appare consapevole del proprio potere personale e in un discorso scritto di suo pugno usa il termine di “mansione direttiva” del medico che per sua natura esercita un ruolo dominante nel rapporto di fiducia medico-paziente. Sul rapporto Hitler – Morell l’autore fornisce una chiave di lettura decisamente originale e poco approfondita da altri ricercatori : in un crescendo di consumo di stupefacenti, successivi a sostanze come vitamine e ormoni estratti da scarti animali divenuti nel tempo insufficienti rispetto alle condizioni psicofisiche e alla realtà della catastrofe bellica sempre più evidente e inaccettabile, negli ultimi mesi del 1944 Hitler assunse dosi crescenti di ossicodone, un potente farmaco oppiaceo dal nome commerciale Eukodal in confezioni da 0,02 gr. la cui assunzione è raddoppiata rispetto al precedente anno, arrivando ad un consumo quattro volte più grande rispetto alla dose terapeutica consigliata; un farmaco fornito dal medico personale Morell, che però viene nascosto nei suoi appunti riportandolo con la lettera “X” senza esplicitarne il nome e a cui si aggiungeranno anche le pennellature di cocaina al 10% al naso e alla gola prescritte dal dr. Erwin Giesing, lo specialista otorinolaringoiatra che le somministrò contro i postumi dolorosi dell’attentato del 20 luglio 1944 e fino al mese di ottobre dello stesso anno.

(Hitler e Morell)

In sintesi il Fuhrer in questi mesi venne pesantemente condizionato dallo “speedball”, com’è definita la combinazione oppiacei-cocaina, con la potente euforia ed eccitazione che unita alle caratteristiche della preesistente personalità e alla pesante realtà della ormai inevitabile sconfitta ha contribuito in modo pesante alla fuga dalla realtà degli ultimi mesi e alle fantasie su possibili rivincite grazie alle armi straordinarie o alle armate ormai inesistenti. L’autore, Holer, parla di “euforia artificiale” che ha spinto verso mondi artificiali anche se ammette che ormai è impossibile dimostrare una dipendenza clinica. Dagli appunti criptati di Morell è difficile trarre conclusioni certe e la frequenza di somministrazione di Eukodal sembra essere elevata rispetto al consumo terapeutico (iniezione più volte al dì e in media a giorni alterni ma non si può escludere che vi siano state altre somministrazioni non riportate negli appunti). Gli stessi appunti non sono scritti in modo chiaro tanto che gli Americani hanno confuso in qualche caso il nome Eukodal con Enkadol. Il consumo delle droghe da parte di Hitler raggiunse infine un punto di non ritorno e, secondo l’autore, la paura di sperimentare la dolorosa sindrome d’astinenza deve essere stata superiore alla paura di perdere la guerra ed entrambe spiegherebbero i comportamenti, le urla e i tremori dei suoi ultimi mesi di vita. Nelle conclusioni Holer sostiene che le droghe esasperarono elementi della personalità preesistenti, acutizzando le scelte etero e autodistruttive. La situazione psicofisica di Hitler registrò un crollo con la scomparsa nelle ultime settimane di assedio della produzione industriale e delle scorte di Pervitin e delle altre droghe e dagli appunti di Morell sembra esserci stata nel suo paziente più importante una consapevolezza della propria condizione di tossicodipendenza (“da 4-5 giorni vuole provare a resistere senza”) che esplose in un sentimento di rabbia nei confronti del suo medico spacciatore.

Holer completa il quadro riportando gli esperimenti condotti sui detenuti nei campi di concentramento sulla resistenza fisica derivante dall’uso di queste sostanze ed il loro utilizzo inutile quanto dannoso nelle ultime missioni disperate con marinai a cavallo di minisommergibili e la relativa dotazione di miscele eccitanti come il D IX che senza una seria sperimentazione contribuì più al fallimento di queste missioni che al loro successo. Un libro ricco di spunti attuali, dato che l’uomo da sempre sogna di poter superare i propri limiti grazie all’uso di sostanze o pozioni magiche, dal decotto di Asterix alle pillole della felicità, dal doping alla droga del jihad (Captagon), ogni epoca e cultura si accosta al consumo di specifiche sostanze. Nella prima metà del secolo scorso è emerso nell’Occidente industrializzato un bisogno collettivo, quello di un surplus di energia e da qui la diffusione di sostanze prevalentemente eccitanti come la cocaina e le anfetamine. La Germania di Hitler non è rimasta immune al proprio contesto storico e, sebbene sia stata fornita un’altra immagine ufficiale di Hitler e del nazismo, il libro di Norman Ohler riesce ad approfondire in modo efficace e completo proprio questo aspetto meno noto.

Paolo Salvatore Polizzi – Lo Scaffale, dicembre 2017

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