Professione giornalista: difendere innanzitutto le notizie

Avremmo dovuto cominciare questo articolo dando ai nostri lettori le indicazioni relative alla professione del giornalista.

Rispondendo alla domanda sul come si diventa giornalista oggigiorno attraverso quella solita mole di preziosi consigli che è possibile trovare ormai su qualsiasi manuale, rivista, sito web, e così via, che parli di comunicazione giornalistica.

Tuttavia non c’era altro modo per rendere giustizia ad un mestiere tanto importante quanto difficile andando ben oltre la semplice spiegazione di un percorso formativo.

Per essere un comunicatore della parola, un narratore imparziale di fatti e notizie, non basta seguire una delle numerose scuole di giornalismo sparse un po’ per tutta la nostra penisola. Non basta pubblicare i propri articoli presso un giornale fregiandosi poi di una regolare iscrizione all’albo. Essere giornalista per noi è qualcosa di più che seguire un iter formativo di titoli e albi, persino più di quello che si può e si deve giustamente acquisire con la pratica, le tecniche e l’esperienza direttamente sul campo. Non basta tutto questo. Essere giornalista secondo noi significa mettersi nei panni dei propri lettori e in nome e per conto di questi avere la pretesa di difendere sempre le notizie, i fatti, da qualsiasi distorsione. Difendendoli dalla propaganda, dalla censura, dalla menzogna, da chi non vorrebbe che gli altri vengano a conoscenza della verità.

Purtroppo non sempre questo accade.

Nell’interminabile fiume di notizie da cui siamo travolti quotidianamente a volte lo spazio tra ognuna di queste è talmente ridotto che non si ha il tempo di riflettere, di ragionare e farsi una propria idea dell’accaduto, insomma su quanto è stato detto o scritto.

Così ci si ritrova davanti ad un grafico con le cifre di questa o quella finanziaria, appena dopo l’ultimo fattaccio di cronaca e appena prima di un servizio televisivo, di quasi due lunghissimi minuti, sull’elezione di quella miss oppure sui nuovi amori di una soubrette. Certamente tutti noi comprendiamo che il tempo non basta mai e i palinsesti televisivi devono certamente rispettare i tempi dettati da varie esigenze e tra queste anche la pubblicità.

Per questa ragione per esempio esistono i programmi di approfondimento, grazie ai quali i cittadini scoprono di avere una opinione su tutto. Purché questi ultimi scelgano tra le opinioni dettate loro dai mass-media è ovvio!

Quella che i Media oggi siano così presenti, intimamente radicati nella nostra cultura e nella nostra vita quotidiana, tanto da poter influenzare le nostre scelte e ancor più le nostre idee, tanto da far sparire le notizie scomode o distorcerle a tal punto da stravolgerle, è comunque una preoccupazione di vecchia data, che ha radici lontane. Già agli inizi del secolo scorso, negli anni cioè di propaganda politica da una parte e del considerare il pubblico solo come un grande insieme di consumatori dall’altra, i sociologi si interrogavano su come sarebbe stato il futuro della comunicazione. Il pubblico, la gente, sarebbe stata in grado di discernere tra i fatti accaduti nella realtà e la maniera in cui questi venivano riportati poi in forma di notizia?

Va da sé infatti che il vero fulcro della notizia, il vero mediatore tra ciò che accade fuori e ciò che poi “appare” dentro lo schermo televisivo o la colonna di un giornale, altri non è che il giornalista stesso. A questo professionista della parola spetta il compito più arduo, cioè quello di raccontare i fatti senza mentire né censurare e soprattutto senza distorcerne il contenuto. Ben presto i sociologi della comunicazione si resero conto che è impossibile che questo accada in modo neutrale.

L’uomo non è una macchina e quindi qualsiasi narrazione, per quanto si cerchi di renderla obiettiva, finisce sempre col pendere per una parte piuttosto che un’altra. Si comprese allora che era compito dei singoli individui, spettatori, lettori, ascoltatori, di scegliere tra i giornali e le televisioni, oggi anche i siti web, quelli che rispecchiavano di più il proprio punto di vista. Fin qui sembra tutto perfetto, almeno per la sceneggiatura di un documentario sulla storia della comunicazione. Ma quando la realtà si fa ancora più subdola? Quando tutti i canali informativi sembrano esprimere la medesima ideologia, la stessa opinione, o magari quando questi censurano tutti insieme la stessa notizia? La verità trionfa sempre si dirà, dunque quelle notizie riusciranno lo stesso ad emergere. E se non fosse così o se questa fosse visibile solo in angusti siti web (e ricordiamo che l’Italia è ancora fanalino di coda in Europa sull’utilizzo di Internet da parte delle vecchie generazioni) o di giornali con una distribuzione che copre a stento la propria provincia? Quale idea, quale opinione, può farsi uno spettatore che non può scegliere, che non ha nessuna altra prospettiva visiva se non quella che gli viene presentata come l’unica possibile?

Non c’è una ricetta magica per risolvere questo problema. Sta ad ognuno di noi cercare di capire le notizie che sentiamo facendo appello ad una delle capacità che solo l’essere umano possiede: Il senso critico. Capire cosa è stato detto e per quale motivo sono stati usati certi toni, certe parole piuttosto che altre. Le parole sono fondamentali. Forse una possibile soluzione, o più semplicemente un nostro personale consiglio, è quella di fare attenzione alle parole che sentiamo o leggiamo. Le parole hanno un loro preciso significato. Spesso le parole assumono una funzione puramente speculativa, il più delle volte politica, con il preciso scopo cioè di instillare in chi le ascolta un giudizio di parte, una opinione pilotata.

Facciamo un esempio: Un cittadino non europeo che, stabilitosi in Italia, arriva alla ribalta della cronaca (non per forza per aver commesso qualcosa di illegale) viene chiamato dai media di volta in volta come “immigrato”, “cittadino straniero”, ma molto spesso semplicemente “extracomunitario” con tutta la forza negativa che questa parola ha assunto nel linguaggio comune. Eppure, se si trattasse di un cittadino degli Stati Uniti d’America o magari di uno Svizzero, in quel caso i media se lo sognerebbero di definirlo extra – comunitario, pur essendo queste due nazioni di fatto non appartenenti alla Comunità Europea. Un linguaggio carico di emozioni spinge inevitabilmente chi lo assimila e poi lo ripete ad essere parte di quella emozione stessa. Parafrasando la vecchia massima del “siamo ciò che mangiamo” potremmo dire che nella nostra società, quella dell’informazione globale, noi “siamo ciò che comprendiamo della realtà che ci circonda, noi siamo le notizie di cui veniamo a conoscenza”.

Di certo, il rischio più grande che corriamo è la maniera distorta in cui ci vengono fatte sapere le cose.

Come si diventa giornalisti dunque? Dimostrando onestà intellettuale a se stessi e al proprio pubblico, facendo in modo che la verità non venga mai infangata dalla menzogna o, peggio, dal silenzio.

 Antonio Polizzi

Lo Scaffale – N.5 Ottobre  2012

 

www.polizzieditore.com

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