L’attentato

“Come mai una donna stimata da chi la conosceva, bella e intelligente, moderna, bene integrata, coccolata dal marito e adulata dalle amiche, in gran parte ebree, ha potuto da un giorno all’altro, imbottirsi di esplosivo e andare in un luogo pubblico per rimettere in questione tutto…”

È questa la domanda che il capitano di polizia si pone nel romanzo “L’attentato” di Yasmina Khadra. La stessa domanda che ci poniamo ogni volta che a compiere un attentato è un residente, integrato e con la cittadinanza, perché in quel caso non possiamo appellarci a politiche errate o alla mancata integrazione. Il protagonista, invece, uno stimato chirurgo, ben inserito a Tel Aviv, a dispetto delle sue origini beduine, è determinato a scoprire perché “sua moglie” si è fatta saltare in un ristorante pieno di bambini. Deve scavare fino in fondo all’animo umano, per poter capire perché la donna che amava ha compiuto una strage e perché lui, che credeva di conoscerla, non ha neanche sospettato cosa stava accadendo in lei.

Tutta la sua vita è tragicamente annullata e la sua ricerca della verità procede attraverso azioni imprudenti, dettate da un’emotività senza controllo, ma lungo un percorso personale di crescita che lo condurrà al cuore stesso del suo essere uomo e della sua capacità empatica.

Un percorso dal sapore iniziatico al quale l’autore non è del tutto estraneo. Yasmina Khadra è infatti lo pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, ex militare algerino che ha scelto di scrivere con il nome della moglie e di trasferirsi in Francia a causa della disapprovazione dei superiori per i suoi primi scritti. A Parigi deve però affrontare gli stereotipi dei “benpensanti” (“un militare algerino è di per sé sospetto, e quando si improvvisa romanziere diventa pericoloso”). Per cui decide di ritornare in Algeria, come lui stesso racconta nella postfazione al libro: “avevo deciso di deporre la penna e tornare nel mio paese per sottrarmi alla condizione di paria che una stampa malevola cercava di impormi. …Ma avvenne un miracolo …le prime reazioni al romanzo erano eccellenti”.

Ma nonostante il successo di pubblico, per i suoi detrattori diventa più che mai “lo scrittore che bisogna escludere, demonizzare, diffamare, ridurre al silenzio”. Al punto di fargli sentire il bisogno di spiegare nella postfazione:“questo romanzo ha aperto gli occhi ai lettori mostrando l’assurdità dei rapporti umani e l’inettitudine di noi tutti, tutti quanti, ad accedere alla nostra parte di felicità, pronti come siamo a crocifiggere l’amore e la condivisione, lasciando che l’odio, il razzismo, la segregazione, la xenofobia e il misconoscimento dell’Altro ci rendano estranei a noi stessi per poi consegnarci ai vecchi demoni. …L’attentato non è un libro polemico, è un invito alla serenità, una finestra sull’indefinibile mondo della manipolazione, della negazione dell’Altro, del malinteso aggravato dal rifiuto di guardare le cose come sono e non come vorremmo che fossero. Tutto qui.”

L’attentato è un autentico inno al rispetto della vita, ed è proprio nel cuore della trama narrativa, mentre conduce il lettore per le strade in cui si combatte, tra le mutilazioni dei corpi e i comportamenti allucinati di chi ha perso tutto, che l’autore delinea il suo ideale di umanità. Lo affida al ricordo che il medico ha del padre e di ciò che gli ha insegnato: “Mio padre era un galantuomo. Accettava le cose come venivano, con schiettezza e serenità. Prendere il toro per le corna non gli diceva niente, e quando faceva fatica a sbarcare il lunario non ne faceva una tragedia. Per lui, gli insuccessi non erano prove, ma incidenti di percorso che occorreva superare, …Grazie a lui, mentre crescevo in una terra tormentata dalla notte dei tempi, rifiutavo di considerare il mondo come un’arena. Vedevo guerre seguire a guerre, rappresaglie a rappresaglie; mi vietavo, però, di giustificarle in un modo o nell’altro. Non credevo ai profeti della discordia e non accettavo l’idea che Dio potesse incitare i propri fedeli a scagliarsi gli uni contro gli altri e a ridurre la professione di fede a un’assurda e orribile questione di rapporti di forza. Fin da allora temevo chi mi chiedeva di versare sangue per purificare la mia anima. …Mio padre diceva: “chi ti racconta che esiste una sinfonia più bella del respiro che ti anima, mente. Odia quanto hai di meglio: la possibilità di approfittare di ogni istante della tua vita. Se parti dal principio che il tuo peggior nemico è colui che tenta di seminare l’odio nel tuo cuore, avrai conosciuto metà della felicità. Il resto ti basterà tendere la mano per raccoglierlo. Ricorda: non c’è niente, assolutamente niente, che valga la tua vita…E la tua vita non vale quella degli altri”. Non l’ho dimenticato. Ne ho fatto la mia parola d’ordine, convinto che quando gli uomini avranno assimilato questa logica, avranno finalmente raggiunto la maturità.”

 

  Maria Luisa Polizzi

Lo Scaffale – N.6 Giugno 2017

www.polizzieditore.com

 

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