La teoria Gender e il punto di vista di Chiara Atzori

Appartenere biologicamente al sesso maschile o femminile e diventare uomini e donne con definite identità sessuali è una questione di cellule e DNA o di influenze culturali?

Da qualche tempo questo argomento è divenuto motivo di confronto soprattutto a livello istituzionale e accademico al contrario della gran parte della società che ritenendolo molto lontano dalla propria quotidianità sembra mostrare un maggior distacco. I mass media continuano a riportare i numerosi argomenti pro e contro la cosiddetta ideologia gender (ideologia di genere) che assegna un ruolo marginale alle differenze sessuali su base biologica e valorizza invece le differenze di genere come prodotto dei condizionamenti culturali. Si tratta di una teoria che mira a ridimensionare il dimorfismo maschio-femmina per diluirlo in un più ampio numero di generi, riuniti nella sigla GBLTQIA, con l’obiettivo di perseguire un possibile miglioramento delle relazioni umane e dell’assetto sociale esistente da secoli. Tra i numerosi punti di vista sull’argomento, quello dell’infettivologa Chiara Atzori, autrice del libro “Gendercrazia nuova utopia” pubblicato dalla Sugarco Edizioni nel 2015. L’autrice, che definisce il proprio testo “una breve e incompleta raccolta di appunti-spunti sparsi”, riesce in diversi passaggi a trasmettere il personale appassionato coinvolgimento sull’argomento come professionista, donna, madre e credente. Secondo l’autrice, all’origine della ideologia gender vi sarebbe una convergenza di interessi tra l’America liberal, gli accademici dei campus progressisti e chi gestisce l’economia consumista, i quali userebbero come copertura ideologica la visione degli esponenti della cosiddetta “French theory”, cioè dei filosofi, sociologi e psicologi del calibro di Derrida, Foucault, Deleuze e Guattari. Le loro idee sono state adottate nelle lotte identitarie delle minoranze nel corso della seconda metà del ‘900, ma oggi vengono rielaborate in chiave prettamente consumistica secondo la Atzori e grazie alla copertura mediatica globale di cui dispongono starebbero realizzando gradualmente una sorta di culto laico sincretico. Le tecniche usate per espandersi sono le stesse usate dalla pubblicità e cioè ripetizione martellante di spot e neologismi specifici al fine di favorirne la passiva accettazione presso l’opinione pubblica. Ai termini nuovi ed al messaggio in essi contenuto l’autrice dedica un ampio approfondimento definendoli nel complesso una “antilingua” usata per adattare la realtà biologica e psicologica alle esigenze dell’astratta ideologia gender. Negli slogan usati l’autrice coglie tracce del mondo secondo Derrida con il suo “decostruzionismo” e la personale visione della realtà ritenuta instabile e liquida all’interno di una dimensione temporale che fluisce senza direzione e significato. Per la Atzori il linguaggio gender è finalizzato a realizzare una graduale “decostruzione” del concetto di genere maschile e femminile, secondo l’ottica gender realizzato non dalla biologia ma dalla cultura. Come esempio la stessa cita il libro della Judith Butler “Scambi di genere” (in inglese “Undoing gender”) che auspica la ricostituzione dell’umano secondo gli obiettivi della politica omosessuale internazionale. Nel testo della Atzori viene riportato un utile glossario dei neologismi più frequenti come sessismo, omofobia, transgender, eterosessismo e gender mainstreaming, tutti ripetuti quotidianamente nei mass media come parte di quel tentativo di rimodellamento sociale in atto da qualche tempo, ma che le associazioni favorevoli ai nuovi diritti sessuali liquidano come teorie del complotto. 

La teoria gender è forse solo un tassello del quadro più generale di decadenza e diffuso narcisismo patologico tipico di questa fase storica e la Atzori sembra mirare al cuore del lettore usando termini come “consapevolezza anestetizzata” quale prodotto della cultura del “tutto e subito” che giustifica e preme sul comportamento umano spingendolo verso lo “spontaneismo” e la schiavitù dell’appagamento obbligatorio, alimentando in tal modo le convinzioni materialiste secondo le quali l’uomo sarebbe nient’altro che una semplice macchina desiderante. L’autrice ritiene che la convergenza di interessi ideologici ed economici in nome del guadagno stia calando dall’alto una pseudorivoluzione lontana dalla sensibilità comune. La sponsorizzazione del “diritto ai diritti” nell’immediato potrà sembrare seducente ma a lungo termine potrà rivelarsi un boomerang con ricadute negative sulla costruzione di una propria chiara identità e nel rapporto con gli altri. Un punto importante del testo della Atzori è quello relativo alla incoerenza di chi tende a strumentalizzare l’argomento dei diritti per le identità dei generi GBLT presentandole come acquisizioni permanenti ed a senso unico. L’autrice ricorda come nella realtà le identità vengano rimodulate in ogni direzione a seguito di esperienze, pressioni culturali o percorsi psicoterapeutici e nell’arco di periodi anche lunghi.

La conferma a quanto sopra riportato è presente nell’ampia casistica contenuta nei testi e studi in ambito psicologico e psichiatrico dai quali emerge come non siano rare le storie di individui che modificano negli anni la propria identità omosessuale o eterosessuale sia in una direzione che nell’altra. Esistono inoltre situazioni come quelle dei bambini e degli adolescenti che non riescono ad accettare l’appartenenza sessuale loro assegnata dalla biologia (disforia di genere secondo il DSM5) e che manifestano come conseguenza un intenso e persistente desiderio di appartenere al genere opposto ma che in moltissimi casi evolve spontaneamente in una diminuzione o scomparsa di questa incongruenza nel corso dello sviluppo psicofisico (fenomeno definito “desistenza”) e solo in minima parte si ha la “persistenza” del fenomeno fino all’età adulta. Sono tutte modifiche naturali, indipendenti dalle ideologie, ampiamente descritte in libri come il “Trattamento dei disturbi psichiatrici”, a cura di Glenn Gabbard ed edito da Cortina Editore.

Argomento difficile che non si esaurisce negli stereotipi e negli spot e merita perciò di essere capito nella sua complessità per prevenire fenomeni di discriminazione delle persone sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere ma anche per contrastare l’approssimazione e l’appropriazione ad opera di coloro che mirano a sfruttarlo a proprio vantaggio.

  Paolo Salvatore Polizzi

Lo Scaffale – N.5 Maggio  2018

 

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