La lingua colora il mondo

Ad ogni istante sperimentiamo intorno a noi uno spazio pieno di colori e tendiamo a credere che anche gli altri condividano una capacità percettiva identica alla nostra. Tuttavia mettendo a confronto queste percezioni si evidenziano differenze importanti e l’idea che non esista una visione umana universalmente identica. La visione del mondo materiale in cui viviamo appare essere fortemente influenzata dal filtro di una personale interpretazione, frutto del nostro universo interiore costituito dalla somma delle capacità potenziali del DNA, dal bagaglio degli stimoli ed esperienze accumulate nel corso dell’esistenza, dalla lingua madre appresa dalla nascita e dalle successive influenze della società a cui si appartiene. La fisica e le neuroscienze svelano progressivamente e in modo sempre più dettagliato i segreti del fenomeno della visione grazie al quale le oscillazioni elettromagnetiche incolori che ci circondano si trasformano in elaborate percezioni luminose e colorate da consegnare alla consapevolezza e alla memoria di ognuno, ma numerosi sono ancora gli aspetti da comprendere. Tra questi ultimi vengono comprese le possibili interferenze esercitate sulla visione da parte del linguaggio che organizza e comunica i nostri pensieri, ma consolida altresì delle rigide abitudini mentali. Una raccolta delle più significative ricerche scientifiche su questo argomento viene riportata dal matematico e linguista Guy Deutscher nel suo libro “La lingua colora il mondo”, pubblicato da Boringhieri nel 2013. L’autore dichiara che il proprio libro ha come obiettivo quello di sostenere una tesi poco condivisa dalla maggioranza dei ricercatori ed è consapevole di porsi in contrasto anche con le più comuni intuizioni : egli sostiene che la nostra lingua madre possa influenzare il modo con cui pensiamo e percepiamo il mondo. L’autore riflette sulle domande ancora senza risposte definitive, ripercorrendo la storia, gli esperimenti e le problematiche linguistiche emerse negli ultimi due secoli, riportandone in sintesi gli sviluppi più significativi per non limitare l’argomento alle sole impressioni personali. Il libro contiene una riflessione ad ampio spettro sulle lingue e le possibili influenze esercitate nelle più diverse suddivisioni dello spazio, del tempo e di genere presenti nelle culture umane di ogni continente. La percezione visiva rappresenta forse il capitolo più interessante dal punto di vista dei contributi scientifici al dibattito tra “natura” e “cultura”, ovvero tra chi ritiene che le regole grammaticali universali del linguaggio siano inscritte nel DNA e coloro che al contrario ritengono che tali regole discendano da condizionamenti culturali come il bisogno di mettere ordine nel mondo e di risparmiare le energie. Il linguista Deutscher, appartenente alla corrente “culturalista”, riprende in parte teorie superate come quella della “relatività linguistica” di Sapir, salvandone alcuni aspetti dell’idea di fondo ovvero che il linguaggio sembra funzionare come una sorta di lente nella percezione del mondo. Resta da stabilire se questa lente sia un semplice strumento passivo di riflessione oppure sia in grado di intervenire come strumento attivo di costrizione sulla mente. La maggioranza degli studiosi ritiene che tale influenza, se esiste, deve essere trascurabile, ma per Deutscher ogni lingua esercita un obbligo continuo sull’attenzione che viene centrata su precisi aspetti della realtà creando così abitudini linguistiche che devono ripercuotersi necessariamente sulla memoria, sulla percezione e sulle abilità pratiche.

Come si possono dimostrare scientificamente queste ipotesi? L’autore descrive nel suo libro alcuni esperimenti più o meno recenti, tra cui una valutazione della percezione del colore blu e azzurro effettuato da studiosi del MIT, UCLA e Stanford (J. Winawer et al. 2007). L’esperimento consisteva in una semplice misurazione dei tempi di reazione attraverso la pressione esercitata su due pulsanti, destro o sinistro, ad ogni comparsa su uno schermo di tre quadrati colorati in venti tonalità diverse di blu o azzurro. I quadrati avevano dimensioni diverse, uno grande in alto e due piccoli in basso, così ad esempio alla comparsa di un quadrato grande blu in alto e di due piccoli in basso dei quali a sinistra in azzurro e a destra in blu andava premuto il pulsante destro e viceversa se il piccolo quadrato azzurro  fosse apparso a destra ed il blu a sinistra. I volontari sono stati selezionati tra madrelingua russi e inglesi. Nella lingua russa esistono due nomi distinti per i colori blu (siniy) e azzurro (goluboy) a differenza dell’inglese che usa un termine unico per entrambi i colori (blue). Lo scopo dell’esperimento era di chiarire se l’esistenza di due vocaboli distinti possa influenzare la percezione delle tonalità blu e azzurro nel gruppo dei russi. Il risultato evidenziò una diversa elaborazione visiva nei due gruppi, il tempo medio dei russi era minore se i colori avevano nomi diversi.

I ricercatori aggiunsero un ulteriore impegno mentale (procedura definita “compito di interferenza”) che consisteva nella memorizzazione di sequenze casuali di numeri da ripetere mentre si osservava lo schermo e si schiacciavano i pulsanti. In questo modo le aree cerebrali del linguaggio erano impegnate in un altro compito e non avrebbero potuto dare il sostegno ai circuiti nervosi della elaborazione dei colori. Il risultato questa volta fu diverso e i russi non furono veloci come in precedenza, confermando l’ipotesi che fosse il centro nervoso del linguaggio a permettere prima i diversi tempi di reazione.

Un altro esperimento simile, riportato nel libro di Deutscher, venne effettuato nel 2008 da ricercatori dell’Università di Hong Kong (Tan et al. 2008) con compiti simili a quelli sopra riportati ma questa volta “fotografando” il funzionamento del sistema nervoso con la risonanza magnetica. I volontari che parteciparono all’esperimento erano cinesi (madrelingua cinese mandarino) ed i colori usati erano sei , tre con nomi semplici in mandarino (rosso , verde e blu) e tre con nomi complessi. Il compito consisteva nel reagire velocemente schiacciando un pulsante alla comparsa di due quadrati dal colore identico. Il risultato evidenziò come la comparsa di colori facili da nominare portava all’attivazione di due aree specifiche dell’emisfero sinistro, al contrario quando i colori erano di difficile denominazione le stesse aree restavano inattive.

Aggiungendo all’esperimento un “compito di interferenza” (dire ad alta voce il nome di ciascun colore) si evidenziò una maggiore attivazione delle due aree cerebrali precedenti, dimostrando così il loro ruolo di circuiti nervosi linguistici per il riconoscimenti dei colori. Quando si tratta di riconoscere i colori come uguali o meno i centri della percezione visiva si rivolgono ai centri del linguaggio anche se non è richiesto l’intervento della parola. Per gli autori i centri nervosi che individuano i nomi, vengono coinvolti nell’elaborazioni di input visivi.

Il linguista sottolinea come la sensazione del colore si produca non nell’occhio ma nel cervello, il quale per realizzarla utilizza i ricordi memorizzati in precedenza creando aspettative e filtrando i segnali visivi. Per Deutscher gli esperimenti più recenti stanno avvalorando le spiegazioni culturali e linguistiche per spiegare le differenze tra le etnie, ridimensionando il peso del patrimonio genetico. Queste ricerche rappresentano solo i primi passi verso una comprensione più profonda del linguaggio come potente strumento di espressione dei pensieri ma anche come un suo fattore limitante. L’autore auspica per il futuro ulteriori ricerche empiriche che possano chiarire definitivamente in che misura la lingua madre possa determinare il modo in cui pensiamo e percepiamo il mondo.

 

  Paolo Salvatore Polizzi

Lo Scaffale – N.3 Marzo 2018

 

www.polizzieditore.com

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