Il Rabbi di Bacherach

“Il Rabbi di Bacherach” narra per immagini la condizione degli ebrei in Europa, vittime per troppo tempo di pogrom, ghetti e accuse infamanti, ma è, soprattutto, la testimonianza più autentica del rapporto che il suo autore, Heinrich Heine ha con l’essere ebreo. Poeta romantico e uomo di cultura profondamente laico, Heine nasce nella Germania del dopo congresso di Vienna, quando la restaurazione sembra risolversi  in una nuova crociata antisemita, come nel Medioevo.
Heine prende spunto dall’accusa infamante che nel XIII secolo è spesso rivolta agli ebrei: di festeggiare la Pasqua con il sangue di bambini cristiani. Per cui, ogni volta che in un villaggio si vogliono depredare i beni di una famiglia ebraica, il corpicino di un neonato viene nascosto sotto il tavolo attorno al quale la famiglia è riunita per il pranzo, se ne finge la casuale scoperta e si dà il via allo sterminio “giustificato” della famiglia.
Heine narra così la fuga di Abraham, rabbi del piccolo villaggio di Bacherach, che resosi conto di essere vittima di un tale inganno, fugge  insieme alla moglie per rifugiarsi nel ghetto ebraico di Francoforte.  Qui  la narrazione lascia il posto a ritratti grotteschi degni di un quadro di Pieter Brueghel il vecchio, dove i singoli personaggi sono maschere allegoriche e il quadro d’insieme sembra raffigurare gli eccessi del carnevale, piuttosto che la quotidianità del tempo.  Allo stesso modo Heine descrive delle maschere, grazie alle quali raccontare i diversi approcci alla religione ebraica, che lui stesso vive personalmente nei 20 anni durante i quali scrive e interrompe più volte il racconto. Sullo sfondo, nella storia come nella sua vita, una società in cui il culto per la ricchezza materiale è il più autentico e diffuso, a prescindere dalla religione professata.
 Rabbi Abraham è il volto austero e consapevole della religione vissuta come cultura, dottrina e conoscenza. Sua moglie, la bella Sara, è invece il volto della sommessa accettazione di un destino di nascita, fatto di sofferenza e di affetti familiari perduti; che ha un atteggiamento di ascolto infantile verso la religione, lo stesso che da bambina aveva verso le favole raccontate dalla zia. E c’è poi il cavaliere spagnolo, ebreo di nascita che rinnega le proprie origini, rifiuta l’idea di una società in cui la religione, ebrea o cristiana che sia, è causa di tanta sofferenza, subita o inflitta, e sceglie di vivere nel culto “pagano” della vita.
Al cavaliere spagnolo, il poeta affida con autoironia, la maschera teatrale del suo voler vivere prima che teorizzare, autodefinendosi  “più esperto a bere che a nuotare”. E ne descrive i modi come fosse un commediante piuttosto che un combattente, come a voler considerare una finzione teatrale la propria scelta di farsi battezzare in segreto.
La storia si interrompe.  “La fine di questo capitolo e i capitoli seguenti sono andati perduti senza che l’autore ne abbia colpa”.  Come se l’antico documento fosse mancante delle ultime pagine o il racconto stesso fosse la metafora di una storia di fughe e persecuzioni senza fine, ancora terribilmente attuale.

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Maria Luisa Polizzi

Lo Scaffale – N.03 Marzo 2015

 

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