Gibellina Nuova

“Una ‘new town’ pretenziosa, visionaria, sinistrorsa. In qualche modo anticipatrice delle pensate berlusconiane a L’Aquila senza lo champagne nel frigo, ma con in più l’estro pazzoide di alcuni grandi artisti che si prestarono alla creazione di una cittadina che facesse traslocare i contadini rimasti vivi non solo nello spazio ma anche nel tempo, proiettandoli in un futuro in qualche modo parente della fantascienza.

Piazze stupende per una Biennale d’arte ma immensamente vuote perché gelide d’inverno e torride d’estate, viali intitolati a Ibn Hamdis o ad altri raffinati poeti arabi ma senza un caffè dove giocare a carte, ciclopici aratri di Arnaldo Pomodoro ma non un orticello per zu’ Carmelo, un’immensa palla posata da Ludovico Quaroni addosso alla Chiesa Madre ma non un pergolato ombroso dove trascorrere i meriggi autunnali. Un paese senz’anima. […]

È da vedere, quasi mezzo secolo dopo, Gibellina Nuova. Per capire cosa hanno lasciato quei geni dello scalpello e del compasso […] Una bizzarria urbanistica a metà tra De Chirico ed Eta Beta, sospesa tra la grandiosità dell’utopia e le magagne delle tubature sempre rotte, del cemento scadente che trasuda fiotti di umidità, dei cavi della luce divorati dalle pantegane.”

Il luogo: Gibellina Nuova (TP)

Il libro: “Se muore il Sud” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo

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