De fato: la necessità del libero arbitrio

Il dibattito inerente l’esistenza di libero arbitrio o destino è ancora oggi aperto e affonda le proprie radici in tempi antichi. Tra gli autori di epoca classica che si interrogarono al riguardo si possono ricordare tre scrittori: Cicerone, PseudoPlutarco e Alessandro di Afrodisia, ciascuno autore di un trattato intitolato “De fato” (letteralmente, “sul destino”). In particolare, interessante risulta il “perì heimarmènes” (titolo originale in greco dell’opera) di Alessandro, composto nel III sec. d.C.
Egli compose l’opera per ringraziare gli imperatori Settimio Severo e Caracalla per averlo nominato rettore della scuola imperiale di filosofia e retorica fondata da Marco Aurelio ad Atene nel 176 d.C. L’intero testo si basa sulla confutazione di coloro che ritengono che ogni avvenimento sia prestabilito da una mente divina (posizione della scuola stoica, con cui egli era in ovvia polemica) e che l’uomo non sia perciò libero nel suo agire, nonostante la capacità intellettiva che lo distingue dagli altri animali. Alessandro d’Afrodisia ribatte che sarebbe paradossale che la natura ci abbia donato la capacità di discernimento per poi renderla inutile e vincolata al destino. Pur non negando totalmente l’esistenza del destino – afferma che in effetti tutti hanno esperito l’esistenza di una “forza” che ostacola la riuscita di certe nostre azioni nonostante il nostro impegno sia massimo nel compierle – lo scrittore ritiene che ogni persona abbia la capacità di compiere scelte ponderate, non dettate dal semplice istinto e dalle necessità naturali come accade per gli animali, al punto che alcuni saggi, pur di mostrare la propria libertà di scelta, difronte a più possibilità compiono volontariamente ciò che per i più sarebbe meno logico.
Particolare preoccupazione, palesata apertamente da Alessandro agli imperatori, riguarda lo sconvolgimento che la società subirebbe se venisse accettata l’idea del dominio assoluto del destino sull’uomo– in quella circostanza storica vi era una mentalità fatalistica dilagante, accresciuta dal sempre maggiore credito che le persone comuni davano alle arti divinatorie. Se venisse accettato che l’uomo non è padrone dei suoi atti e che la vita umana è solo un gioco d’ombre, una semplice burattinata, gli uomini cesserebbero di fare alcunché di buono, giacché ciò che è buono si ottiene con impegno e dedizione, ma non è sensato impegnarsi nel fare qualcosa se tutto è già prestabilito: pur sforzandoci non ci riusciremmo se non è destino.
Se, poi, ciascuno fosse mero esecutore di un destino prestabilito, quale che fosse l’azione compiuta non dovrebbero esserci ripercussioni: in quanto incapace di libera scelta, un omicida o un ladro o qualunque altro tipo di criminale non avrebbe alcuna colpa e giudici e penitenziari potrebbero tranquillamente cessare d’esistere. Ma a questo punto si può facilmente ipotizzare che le ripercussioni sulla società sarebbero molteplici e quasi tutte, se non tutte, negative.
Al giorno d’oggi la stessa identica questione continua a riproporsi alla luce delle nuove conoscenze riguardanti la mente umana. La teoria freudiana circa l’esistenza di un inconscio che determina molte delle nostre azioni sembra trovare supporto dai dati offerti da vari esperimenti scientifici. Ad esempio, il fisiologo americano Benjamin Libet, nel suo saggio “Mind Time”, sintetizzando i risultati di studi sulla consapevolezza riporta un “ritardo” di circa mezzo secondo tra l’attivazione di certe aree del cervello (visibili grazie alla Risonanza Magnetica Funzionale, o fMRI) e l’emergere di una atto volontario nella coscienza di un individuo. Pertanto, il cervello sembra iniziare inconsciamente un processo volontario; l’ipotesi più accreditata è che, qualora dovesse esistere,  il libero arbitrio risiederebbe nel potere di “censurare” l’azione nel caso in cui questa sia in disaccordo con i valori personali. Le tecniche di imaging, come la fMRI , presentano ad oggi diversi limiti tecnici, ma nonostante questo negli ultimi anni si assiste ad un crescente utilizzo pratico di tali tecnologie, ad esempio nei tribunali nel corso di processi per gravi reati. L’idea che una fMRI rappresenti una fotografia del pensiero dell’imputato e possa servire a dimostrare una riduzione o assenza di libero arbitrio , come anche  l’esecuzione di un test del DNA come prova di un preciso  “destino” genetico, rimane tutta da  dimostrare.

Allo stato attuale, la risonanza magnetica è in grado di misurare solamente gli effetti indiretti dell’attività neuronale: i neuroni si attivano in pochi millesimi di secondo causando, a distanza di qualche centesimo di secondo, un maggior afflusso di sangue ossigenato nella zona interessata. Quest’ultimo fenomeno è proprio quello che viene rilevato dall’apparecchiatura, ma nel frattempo l’attività elettrica coinvolge anche altre aree cerebrali inducendo ulteriori fenomeni vascolari. Per superare tutto questo “rumore di fondo”, interviene allora lo specialista che seleziona in base alle proprie esigenze quale soglia porre per i segnali di attività cerebrale (il tecnico sceglie quale intensità e segnali vanno esclusi e quali accettati). In sintesi, un team di specialisti costruisce una realtà cerebrale su misura, dando vita a una “vera fabbrica del realismo”, come afferma Gianna Milano nel libro “Le neuroscienze e il diritto”.

Nonostante gli evidenti limiti palesati da tali tecniche, vi è chi vi si affida con la certezza di possedere le prove scientifiche e definitive sulla natura delle azioni umane, trascurando tuttavia la neuro plasticità cerebrale, in virtù della quale è possibile un rimodellamento dei circuiti nervosi in risposta a stimoli ripetuti nel tempo (ad esempio studio ed esercizi mirati). In definitiva, il concetto di “predisposizione” non coincide esattamente con quello di destino. Confonderli non farebbe altro che negare l’umano libero arbitrio e causare le mutazioni sociali e giuridiche ampiamente previste da Alessandro d’Afrodisia.

Alessandro Polizzi

Lo Scaffale – N.3 Marzo 2015

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