Cambiamenti climatici: che fare ?

Il clima terrestre è in perenne mutazione a causa di innumerevoli fattori naturali ma negli ultimi due secoli la presenza umana sta contribuendo a realizzare modifiche radicali le cui conseguenze sono al momento difficili da prevedere in dettaglio. Diversi studi realizzati negli ultimi decenni da qualificati esperti del clima hanno cercato di comprenderne i meccanismi e le crescenti alterazioni collegabili alle attività umane, proponendo nel tempo soluzioni diverse per queste ultime. Negli anni ’70 i primi dati sul problema dell’inquinamento del pianeta e le sue conseguenze sul clima ebbero scarsa attenzione di pubblico dato il contesto storico impregnato di ottimismo e fiducia nella crescita economica e tecnologica, e del resto le alterazioni climatiche in fondo erano ancora relativamente poco visibili come intensità e frequenza. Nel 1968 un gruppo di politici e scienziati riuniti nel “Club di Roma” chiese ai ricercatori del M.I.T. di Boston di elaborare un modello generale utile alla comprensione di questo problema. Il risultato venne riportato nel libro “The Limits to growth”, pubblicato in Italia dalla Mondadori nel 1972 con il titolo “I limiti dello sviluppo”. Gli autori, Donella e Dennis Meadows, Jorgen Randers e William Behrens III, proposero un modello generale del sistema in cui cinque fattori critici (industrializzazione, popolazione, nutrizione, risorse energetiche non rinnovabili e deterioramento ambientale) venivano collegati tra loro in maniera tale da permettere simulazioni e differenti scenari a seconda degli aumenti o delle riduzioni di valori per ciascuno di essi. La soluzione ipotizzata allora dai ricercatori prevedeva la necessità di realizzare al più presto un punto di equilibrio attraverso il controllo di due dei cinque parametri studiati, ovvero la popolazione mondiale e il capitale industriale.

In pratica, se la proposta fosse stata accolta negli scorsi decenni, si sarebbe potuto intervenire a livello globale con politiche sul controllo delle nascite, in analogia con la politica cinese del figlio unico per coppia, attuando inoltre dei meccanismi di limitazione sull’aumento progressivo del capitale industriale, realizzando così il cosiddetto “sviluppo senza crescita”, in contrapposizione al mito della crescita costante (tuttora imperante). Secondo l’ipotesi di Meadows e dei colleghi del M.I.T. le possibili alternative teoriche come la scoperta di nuovi fonti energetiche non rinnovabili (ad esempio l’individuazione di nuovi giacimenti petroliferi nel mare artico) o la messa a punto di tecnologie anti-inquinamento, in presenza del progressivo aumento della popolazione non sarebbero stati sufficienti a evitare il collasso del pianeta ma semplicemente a spostare in avanti la sua manifestazione a causa della ridotta disponibilità delle terre coltivabili e della produzione del cibo e altre complicanze collegate. Questo modello, da più parti frainteso e criticato, rimane per molti un utile strumento idoneo a inquadrare la complessa interazione tra l’ambiente e le attività umane; gli stessi autori sottolineano nel terzo capitolo del libro come i grafici riportati “non sono previsioni esatte dei valori delle variabili in un dato anno futuro. Sono semplici indicazioni di tendenze di comportamento del sistema”. Nel sito “clubofrome.org” alla sezione “reports” è possibile scaricare gratuitamente una copia in lingua inglese di questo studio.

Altri libri pubblicati nello stesso periodo propongono soluzioni della stessa portata utopistico-strategica, come nel caso del libro  “ I limiti alla popolazione mondiale”di Lester R. Brown pubblicato dalla EST Mondadori nel 1974, nel quale si  teorizza una soluzione di portata planetaria per contenere la crescita demografica, oppure nel libro “La strategia della genesi” pubblicato dalla EST Mondadori nel 1977 in cui Stephen H. Schneider considera ancora attuale la necessità di costruire delle riserve nei periodi di abbondanza atte a superare momenti di carestia, in accordo con i suggerimenti biblici riportati nel libro della Genesi. Le proposte elaborate negli anni ’70 miravano ad obiettivi ambiziosi e di carattere strategico e preventivo, ma alla luce degli eventi successivi si sono dimostrati inadatti dato l’elevato livello di consapevolezza collettiva richiesto. Progressivamente le soluzioni proposte per le alterazioni climatiche hanno subìto un ridimensionamento abbandonando l’utopia del controllo sulla crescita demografica del pianeta (ormai neanche la Cina adotta la politica del figlio unico) mentre l’attenzione viene mantenuta sul possibile ridimensionamento della crescita economica senza limite (ipotesi almeno in parte collegabili al precedente modello del M.I.T.) . Gli studi più recenti prendono atto delle inevitabili alterazioni climatiche, della loro progressione, delle possibili ricadute sui sistemi politici e sociali, sugli ecosistemi, sulla salute e sull’economia e le soluzioni proposte più realisticamente non vanno oltre la limitazione dell’imminente impatto planetario.

Tra le più recenti pubblicazioni su quest’argomento, si ritiene consigliabile la lettura del libro “Il clima che cambia ”, scritto dall’economista Carlo Carraro e dall’esperta di comunicazione Alessandra Mazzai, pubblicato nel 2015 per il Mulino, in cui viene adottato un approccio pragmatico ed economico per spiegare gli effetti delle alterazioni climatiche e le proiezioni future. La prima parte del libro riporta in sintesi le dimensioni attuali del cambiamento climatico e le alterazioni climatiche dei prossimi decenni, le future conseguenze sulla salute pubblica, le modifiche dei territori con conseguenti desertificazione, scioglimento dei ghiacci e del permafrost e l’aumento del livello del mare alle varie latitudini del pianeta. Le conseguenze sociali indotte da tali fenomeni, com’è facile prevedere, saranno un aumento esponenziale della migrazione umana con trasferimenti in massa dalle zone rurali e dalle fasce costiere verso le grandi città dell’entroterra e verso i paesi ricchi, nella speranza di poter accedere alle risorse alimentari e idriche. I “migranti climatici” però indurranno con ogni probabilità anche dei cambiamenti economici e occupazionali, contribuendo a incrementare per necessità l’offerta di lavoro e quindi la riduzione dei salari. Gli autori concordano con quanto affermato dagli studi precedenti sulla correlazione tra alterazione climatica e crescita della popolazione, definendo quest’ultima “uno dei fattori chiave dell’incremento delle emissioni di gas serra in atmosfera”; la soluzione del problema teoricamente non dovrebbe quindi prescindere dal controllo demografico, da attuare attraverso l’educazione, la disponibilità dei metodi contraccettivi e l’eliminazione dei sussidi e dei bonus per i bebè. La popolazione attuale ha già superato i 7 miliardi e a metà di questo secolo raggiungerà i 10 miliardi di abitanti e questo significherà un maggior sfruttamento delle risorse, un crescente fabbisogno di cibo ed una maggiore quantità di rifiuti e di gas serra immessi nell’atmosfera che andranno a intensificare ulteriormente il cambiamento climatico con effetti disastrosi sia nei paesi più sviluppati che nei paesi più poveri. Per Carraro e Mazzai nel primo caso si avranno in prevalenza danni economici piuttosto che vittime, grazie a fattori come la maggiore solidità degli edifici o ad una più efficiente macchina dei soccorsi, mentre nei paesi in via di sviluppo si registreranno soprattutto aumenti del numero di vittime. Confrontando la temperatura media del pianeta presente nella seconda metà dell’800 con quella di oggi si evidenzia un aumento di quasi un grado (per il 2016 nel report del NOAA l’aumento è di 0,94 °C ) e persino un obiettivo limitato come quello concordato dalla cooperazione internazionale di contenere almeno l’aumento della temperatura inferiore ai 2 °C sembra allontanarsi a causa dei previsti aumenti di produzione e consumo dei combustibili fossili (petrolio e carbone) per i prossimi anni.

Nel libro si evidenzia inoltre una differenza importante rispetto agli scorsi decenni: la preoccupazione per il clima ha guadagnato oggi i primi posti nella popolazione. Un sondaggio del 2014 della Commissione Europea rileva che l’80% degli Europei considera i cambiamenti climatici un “problema grave o molto grave”, però solo un terzo dei cittadini ritiene se stesso responsabile; la maggioranza rimane convinta che la soluzione del problema spetti ai governi nazionali, alle industrie o all’Unione Europea sebbene una buona metà degli abitanti d’Europa si ingegni comunque in prima persona contro tali alterazioni ma con notevoli differenze tra le varie nazioni d’Europa. Carraro e Mazzai ritengono che “l’interesse matura ma le azioni restano ancora modeste”. Comunque la maggiore sensibilità è la premessa per il consenso a scelte politiche ed economiche ineludibili.

Gli autori passano ad elencare nella seconda parte del libro gli strumenti politici ed economici, che andrebbero utilizzati al più presto e progressivamente, in grado di “mitigare” la quantità di gas serra nell’atmosfera, dato l’intensificarsi del fenomeno ed il punto di non ritorno previsto entro questo secolo, in mancanza di misure idonee. Le misure in grado di indirizzare verso una green economy sono diverse e comprendono le ecotasse sulla emissione della CO2, il miglioramento dell’efficienza energetica ma anche incentivi positivi per la riforestazione nei paesi in via di sviluppo.

In modo chiaro e sintetico il libro riporta i punti di forza e le cautele da adottare per l’attuazione di ogni singolo strumento economico e politico, confidando sulle leggi del mercato per la loro realizzazione. Nella sintesi finale gli autori precisano di aver adottato una cornice all’insegna della convenienza dell’economia verde, evitando volutamente considerazioni di tipo etico, proprio per “dimostrare che la necessità del cambiamento è così lampante , reale e imparziale che non dipende da convinzioni etiche o ideologiche”.

Un libro interessante ed illuminante, che pone il lettore di fronte alla realtà dell’inevitabile cambiamento climatico e del conseguente “adattamento”, esponendo con chiarezza le idee e le iniziative di organismi pubblici e privati, spesso sconosciute al cittadino elettore.

 

  Paolo Salvatore Polizzi

Lo Scaffale – N.7 Luglio 2017

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