L’etica del potere nella Roma antica e la scelta dell’optimus

Con “Roma antica” si indica un arco di tredici secoli di storia, dalla fondazione dell’Urbe nell’VIII sec. a.C. alla sua caduta, convenzionalmente indicata con la deposizione dell’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augusto, avvenuta nel 476 d.C. In un simile lasso di tempo la città subì delle immense trasformazioni che da un semplice villaggio sulle sponde del Tevere la portarono a divenire un impero esteso su tre continenti.

In così tanti secoli di storia è forse possibile ritrovare una costante, un qualcosa che li accomuni? Interessante è la risposta che fornisce il professor Giovanni Brizzi, importante studioso e docente di storia romana, nel suo manuale “Roma: potere e identità dalle origini alla nascita dell’impero cristiano”. Dopo una precisa e abbastanza approfondita analisi storica, alla fine del volume afferma che “la sola costante che mi è sembrato di poter riconoscere lungo un solco millenario, fino all’avvento sconvolgente dell’impero cristiano, è la presenza, decisiva, di una forma politica, e, forse meglio, di un’etica di potere: quella che prende il nome di aristocrazia”.

L’aristocrazia romana, ma più in generale italica, era infatti basata sulla virtus e sulle qualità concrete. Tale virtus si connota per il munus, cioè il dovere compiuto per lo Stato, il quale andrà ad un certo punto della storia a coincidere con il più grande dei doveri, il servizio militare. Proprio dall’esercizio della virtus, del proprio dovere, il buon cittadino poteva ottenere gli honores, cioè le cariche pubbliche e i riconoscimenti conseguenti agli sforzi compiuti in favore della res publica. Un simile sistema fondato sui meriti concreti portò all’integrazione anche di aristocratici non romani all’interno della società patrizia e del Senato di Roma, con una incredibile apertura a tutti i meritevoli, i migliori.

Con l’avvento dell’impero molti appartenenti al “ceto medio”, quello degli equites, vennero inseriti nei ranghi della pubblica amministrazione, nella burocrazia ma soprattutto nell’esercito, visto anche il contingente crescente disinteresse dei senatori per le attività militari. Proprio per il loro nuovo ruolo, per il munus che prestavano sotto le armi, questi equestri finirono con il formare una “seconda aristocrazia”, una “nobiltà di merito” che darà vita, nel III sec. d.C., ai cosiddetti “viri militares”, uomini dai natali non nobili che raggiunsero i vertici dell’impero grazie ai propri meriti nell’esercito, all’interno del quale si distinsero e grazie al quale videro nascere la propria carriera politica. Nel III sec. d.C. essi infatti, sentendosi ormai gli unici a compiere l’antico munus, cominciarono a reclamare il ruolo di governanti proprio per il legame Virtus-Honos.

Cominciò così quella comunemente nota come “anarchia militare” (235-284 d.C.), che in realtà, come evidenzia il professor Brizzi, si rivela essere tutt’altro che un’anarchia: dalla metà del secolo, infatti, nel comando militare di Sirmium (oggi Sremska Mitrovica, in Serbia), sorto in quel periodo per coordinare le operazioni militari contro i barbari che premevano ai confini danubiani, ebbe modo di riunirsi l’élite militare dell’impero, i migliori generali, i quali ebbero così l’occasione di confrontarsi e stabilire una comune linea di governo. Con un piano ben preciso, essi imposero al vertice dell’impero di volta in volta un optimus, qualcuno che per i propri meriti fosse degno di governare in accordo anche con questa nuova nobiltà di merito. Una scelta tanto importante – specialmente in una congiuntura allora particolarmente sfavorevole dovuta a problemi economici dell’impero, separatismi e continue guerre ed invasioni dall’est e dal sud – ebbe un tale peso da causare l’eliminazione fisica di tutti quegli imperatori che, invece di nominare un degno successore, l’optimus appunto, tentarono di imporre una propria dinastia.
Il periodo di “anarchia” venne terminato dall’imperatore Diocleziano, colui che, per rendere automatica questa successione, ideò il sistema della tetrarchia. Tale meccanismo – che prevedeva che l’impero avesse un sovrano per l’Oriente e uno per l’Occidente e che entrambi avessero un successore associato al potere – non sopravvisse però a lungo al suo ideatore e crollò con l’ascesa al potere di Costantino: egli riunì e trasformò radicalmente l’impero rendendo lecito il Cristianesimo (editto di Milano del 313 d.C.), cui si convertì egli stesso.

Da qui in poi venne meno la scelta dell’optimus e la monarchia divenne un diritto per nascita, diritto acquisito “Dei gratia” e così giustificato dalla religione cristiana che venne perciò incoraggiata (fino a divenire religione di stato). Come scrive Brizzi “distruggendo il rapporto esistente tra responsabilità e potere, la libertà per il sovrano da ogni vincolo, in particolare dal munus verso lo Stato, scioglieva però dallo stesso obbligo anche i cittadini, trasformati definitivamente in sudditi, tenuti quindi ormai solo ad un’obbedienza senza iniziative. A nulla valse il tentativo di ritorno en arrìere compiuto da Giuliano [l’Apostata]. Il mondo di aretè, dell’umana virtù, era ormai tramontato, sostituito dalla forza del charisma, dal potere Dei gratia, un premio che non richiedeva giustificazione perché concesso nulla ratione dall’imperscrutabile volontà divina”.

Roma antica, la concezione del potere alla sua base, rimane ancora – e forse più che mai – oggi un modello positivo da seguire, sia che si parli di monarchie sia che si parli di democrazie rappresentative, un faro ad indicarci la rotta da seguire per avere governi in grado di assicurare la prosperità nei momenti favorevoli e una guida capace nei periodi di crisi.

Alessandro Polizzi

– Humanities –

supplemento de Lo Scaffale, Gennaio 2016

 

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