La scrittura: straordinaria invenzione o strumento dannoso?

La scrittura è ormai una conquista data per scontata dai più, grazie al sistema d’istruzione e alla riduzione dell’analfabetismo. Ma quando ancora così non era, allorché circa 2400-2500 anni fa era molto poco diffusa ed era in essere una società oggi impensabile in cui coesistevano oralità e scrittura, più di qualcuno si interrogò su di essa, esaminandone pregi e difetti. Una delle voci più autorevoli è senza dubbio quella di Platone, filosofo greco autore, fra gli altri, del dialogo “Fedro”. In esso viene descritto un immaginario dialogo tra Fedro e il grande filosofo Socrate, il quale ad un certo punto della narrazione racconta di una storia proveniente da un mondo lontano: “Ebbene! Ho sentito raccontare che visse dalle parti di Naucratis, in Egitto, una delle antiche divinità di quei luoghi … e che il nome del dio stesso era Theut. Fu lui, dunque, il primo a scoprire la scienza del numero con il calcolo, la geometria e l’astronomia, e anche il tric-trac e i dadi, e infine, sappilo, i caratteri della scrittura. E d’altra parte, a quei tempi, regnava su tutto l’Egitto Thamus […] Theut, che si era recato a trovarlo, gli fece mostra delle sue arti: «Bisogna, gli dichiarò, comunicarle a tutti gli Egiziani!». Ma l’altro gli chiese quale potesse essere l’utilità di ciascuna, e, in base alle sue spiegazioni, secondo che le giudicasse bene o mal fondate pronunciava ora il biasimo, ora l’elogio. […] Ma, venuta la volta di esaminare i caratteri della scrittura: «Ecco, o Re, disse Theut, una conoscenza che avrà l’effetto di rendere gli Egiziani più istruiti e più capaci di rammentarsi: memoria e istruzione hanno trovato il loro rimedio»”.
A questo punto Platone, tramite i due protagonisti del dialogo, inizia l’esame di questo formidabile ritrovato, presentato come un rimedio dal suo divino inventore. Tramite un gioco verbale egli ribalta il tutto: in greco pharmakon (il termine attribuito in positivo alla scrittura da Theut) vuole si dire “rimedio, cura” ma anche “veleno”. E come una medicina dannosa, in un primo momento pare giovare alla memoria e alla conoscenza, appunto, ma alla lunga finisce con il danneggiare il paziente: non solo non fornisce una conoscenza vera, poiché per Platone la verità deriva solo dalla parola, espressione dell’anima, la quale ha esperito le Idee, modelli perfetti della corrotta materia che noi vediamo, ma danneggia la nostra memoria favorendo una conservazione delle informazioni esterna piuttosto che interna e promuovendo quella che è solo una pallida imitazione della memoria viva.

Insomma, la scrittura dà l’impressione di far ricordare cose che in realtà non abbiamo mai imparato veramente.
Proseguendo l’analisi, il filosofo greco mette in risalto anche la pericolosità del testo scritto, figlio bastardo e parricida. Esso, infatti, nell’essere realizzato, si priva del proprio autore per diventare indipendente – in questo senso è visto come parricida. Rimosso il padre, esso è del tutto indifeso: il padre non potrà più difenderlo, spiegarne il senso, rispondere ad eventuali domande su di esso dandogli in questo modo voce. Solo e inerme, esso circolerà arrivando anche a coloro cui non dovrebbe giungere, perché inadatti a capirne i contenuti, rischiando di causare equivoci non solo fra i contemporanei ma anche presso i posteri. L’uomo onesto, perciò, non dovrebbe scrivere.
Il dialogo platonico termina in realtà con una parziale riabilitazione della scrittura o, meglio, di un particolare tipo di scrittura ironica, utile alla dialettica, la quale è alla base del sistema platonico.
Ora, sebbene fortemente condizionato dall’impianto filosofico del pensatore greco, che può essere condiviso o meno, da questo testo è comunque possibile ricavare degli spunti di riflessione preziosi. La scrittura, infatti, si rivela essere realmente un danno per la memoria: nei tempi in cui l’oralità era ancora l’unico sistema di trasmissione, essa era molto più sviluppata, al punto da permettere di imparare a memoria interi poemi di migliaia di versi – come dimostrato negli anni ’30 del Novecento dai grecisti Milman Parry e Albert Lord con uno studio condotto sui cantori della penisola balcanica. Al giorno d’oggi invece ciò è tanto raro da arrivare a divenire quasi un’attrazione da baraccone la dimostrazione di una buona memoria tramite, ad esempio, la memorizzazione di elenchi telefonici o simili.
Certamente, poi, la comodità di avere a portata di mano le informazioni fa anche sì che non ci si preoccupi eccessivamente di ricordare ed esercitare la memoria (talvolta citata è, ad esempio, l’affermazione di Beniamino Placido: “Conoscere non significa ricordare, ma sapere in che libro andare a cercare”).

Molto importante è poi la questione della scrittura parricida: essa è in effetti fortemente a rischio di fraintendimenti, qualora non ci sia l’autore stesso ad evitarli. Rischi che non possono che aumentare tanto più antico è lo scritto in questione, causando – come è possibile vedere con numerosissime opere letterarie e religiose – non solo errori di trasmissione del testo, cui si è dovuto porre rimedio (o almeno tentare di farlo) attraverso rigorosi studi filologici, ma anche questioni di interpretazione all’origine di accesi dibattiti pluridecennali nel mondo accademico (se non peggio, con ricadute politiche gravi fino al punto di causare guerre e/o persecuzioni). Un punto non trascurabile se si considera anche che l’interpretazione certa, sicura, è forse possibile solo interrogando direttamente lo scrittore, per il resto sono possibili soltanto ipotesi più o meno realistiche e vicine alla realtà.

Si potrebbe citare poi ciò che scrive Paolo Giovannetti nel libro “Il racconto. Letteratura, cinema, televisione”: “Da almeno una ventina d’anni a questa parte, infine, si parla sempre più spesso di una narratologia «postclassica» (cfr. Alber, Fludernik 2010), addirittura di una «neuronarratologia» (Calabrese 2009), per intendere orientamenti del pensiero narratologico che ridiscutono o integrano le passate proposte metodologiche, valorizzando in particolare le azioni che il lettore-spettatore svolge nel testo. […] È davvero grande la capacità che la mente umana ha di narrativizzare le situazioni più ellittiche, applicandovi frames e scripts (cioè strutture semantiche o sintattiche) preesistenti, cioè “installate” dentro di noi. Di fronte a un racconto, attiviamo automaticamente altri racconti, un sistema di meccanismi narrativi”.

Oppure il pensiero del filosofo decostruzionista Jacques Derrida “Decido, taglio, mi impiglio e impigliandomi tiro i fili, aggiungo fili, i fili della mia lettura, smonto, scompongo, ripercorro la traccia, ricostruisco, do senso al testo: questo è il movimento autentico della decostruzione […] per Derrida” (da “Cogito autobiografico?” di Francesca Bonicalzi, in “A partire da Jacques Derrida. Scrittura, decostruzione, ospitalità, responsabilità” a cura di G. Dalmasso).

Insomma i lettori, pur leggendo un identico testo, compiono tutti una lettura particolare, unica e, si potrebbe anche aggiungere, irripetibile, dal momento che, come ognuno di noi ha probabilmente esperito, ad ogni lettura dello stesso libro, a distanza di tempo, troviamo nuovi risvolti, particolari, significati, interpretazioni o collegamenti che in precedenza ci erano sfuggiti.
In conclusione, la scrittura è stata senz’altro un’invenzione rivoluzionaria che si è rivelata da subito essere molto utile (basti pensare alla contabilità e agli “inventari” realizzati già dai popoli mesopotamici) ma ha comportato delle conseguenze, quali la riduzione della nostra abilità mnemonica, spesso ignorate, risultando uno strumento che, per quanto antico, stiamo ancora adesso scoprendo, con tutti i possibili risvolti che ne potrebbero seguire.

 

Alessandro Polizzi

– Humanities –

supplemento de Lo Scaffale, Febbraio 2016

 

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