I sommersi e i salvati

“Molte minacce di allora, che oggi ci sembrano evidenti, a quel tempo erano velate dall’incredulità voluta, dalla rimozione, dalle verità consolatorie generosamente scambiate ed autocatalitiche. Qui sorge spontanea la domanda d’obbligo: una contro domanda. Quanto sicuri viviamo noi, uomini della fine del secolo e del millennio? E, più in particola, noi europei? … Allora? Le paure di oggi sono meno o più fondate di quelle di allora? Al futuro siamo ciechi, non meno dei nostri padri”.

Queste le parole che meglio riassumono il senso de “I sommersi e i salvati”, saggio “fratello” della più celebre opera di Primo Levi, “Se questo è un uomo”. Ché se già non bastasse l’immenso valore di una così puntuale e rigorosa testimonianza diretta di una triste e unica pagina storica, di certo le riflessioni in esso contenute, la denuncia del più che esistente pericolo di vivere, nel futuro, eventi anche solo parzialmente accostabili alla Shoa, sarebbero motivo per leggere le 179 pagine che lo compongono.
Ultima opera di Levi (1986), rappresenta la conclusione della sua carriera di scrittore e una sorta di suo testamento spirituale in cui riflette non solo sulla propria esperienza nei lager, ma anche e soprattutto su quella dei suoi compagni di prigionia conosciuti direttamente o tramite i racconti sentiti dopo il ’45. Capitolo dopo capitolo egli affronta, senza mai accontentarsi di risposte semplicistiche, un tema diverso, a partire dalla memoria, esaminata non casualmente per prima: dovendo scandagliare i ricordi di vittime e oppressori, parte dalla doverosa indagine sulla loro attendibilità, ricordando perciò quanto essa possa essere fallace perché “i ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei”. Non si può dunque riporre fiducia cieca in uno strumento fallibile, manipolato volontariamente da coloro che si macchiarono di quegli atti per sgravare la propria coscienza di un tale, insopportabile peso; comincia tutto con una bugia raccontata scientemente, finendo poi per sfociare in un autoconvincimento che porta alla rimozione accurata di episodi e azioni sgradite al ricordo, edificando “una verità confortevole che gli consente di vivere in pace”.
Premesso questo, nel secondo capitolo, cruciale per ammissione dello stesso Levi, viene affrontato il problema della “zona grigia”, “la classe ibrida dei prigionieri-funzionari … dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi”. Varie sono le gradazioni di questo grigio: ci sono quelli che per mezzo litro di zuppa in più si adattano a svolgere funzioni “terziarie” (scopini, lava-marmitte, guardie notturne, controllori di pidocchi e scabbia etc.), ma anche quelli che finivano con il fare i Kapo, in cerca di salvezza dalla soluzione finale o solo del potere cui alcuni aspiravano anche nella miseria generale del campo di concentramento. Poi la forma forse più sconvolgente di collaborazionismo, quella dei Sonder-kommandos, prigionieri selezionati dalle SS e destinati alla gestione dei forni crematori – e per questo eliminati periodicamente per far scomparire chi, a conoscenza di tutta la macchina di morte nazista, avrebbe potuto parlare e provocare reazioni dentro e fuori la Germania. La storia che forse colpisce di più è però quella di Chaim Rumkowski, “non propriamente una storia di Lager, benché nel Lager si concluda”.

Piccolo industriale fallito, si ritrovò nel 1940, quasi sessantenne, a divenire Decano del ghetto di Lodz: primo dei prigionieri del ghetto, infatuato del potere finì con il montarsi la testa dotandosi di manto regale e di un seguito di adulatori, di una polizia di seicento armati di bastoni per imporre il proprio ordine e atteggiandosi a capetto con tanto di imitazione della tecnica oratoria di Mussolini e Hitler nei pochi discorsi da lui pronunciati davanti al “suo” popolo. “Rumkowski non fu soltanto un rinnegato ed un complice. […] Paradossalmente, alla sua identificazione con gli oppressori si alterna o si affianca un’identificazione con gli oppressi”; alla fine, come moltissimi altri, non si salvò e venne mandato alle camere a gas assieme agli altri “ospiti” del ghetto di Lodz.
Proprio l’episodio di Rumkowski veicola il messaggio principale: dice Levi che “in Rumkowski ci rispecchiamo tutti, la sua ambiguità è la nostra, connaturata, di ibridi impastati di argilla e di spirito; la sua febbre è la nostra, quella della nostra civiltà occidentale che «scende all’inferno con trombe e tamburi», ed i suoi orpelli miserabili sono l’immagine distorta dei nostri simboli di prestigio sociale”. Quello che è successo, quanto compiuto dai nazisti e dai loro collaboratori potrà ripetersi non in forma identica al ’39-’45 ma in forme comunque simili, con alcune di quelle circostanze riproposte. Esposti ad un’intensa propaganda, ad una “diseducazione” martellante, chiunque di noi potrebbe compiere le stesse efferatezze avvenute nei regimi totalitaristi, come chiunque di noi potrebbe, spinto dalla necessità e contemporaneamente allettato dalla seduzione, divenire uno di quei collaboratori della zona grigia.

Bisogna poi ricordare quello che Primo Levi scrive nel capitolo “Stereotipi”: “bisogna guardarsi dal senno di poi e dagli stereotipi. Più in generale, bisogna guardarsi dall’errore che consiste nel giudicare epoche e luoghi lontani col metro che prevale nel qui e nell’oggi: errore tanto più difficile da evitare quanto più è grande la distanza nello spazio e nel tempo”. Giudicare con gli occhi di oggi i protagonisti e le azioni dell’epoca in maniera inflessibile è facile, più difficile sarebbe riconoscere per tempo ed impedire simili situazioni, comportandosi differentemente dalla generazione di allora.

 

Alessandro Polizzi

– Humanities –

supplemento de Lo Scaffale, Marzo 2016

 

www.polizzieditore.com

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